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Mentre scriviamo pare confermato lo sciopero generale del pubblico impiego del 26 ottobre. È il terzo sciopero generale convocato nel 2007 da Cgil-Cisl-Uil dopo quelli convocati ad aprile e giugno e revocati all’ultimo momento. L’ultimo sciopero fu revocato a fronte di un’intesa siglata il 29 maggio fra governo e organizzazioni sindacali che prevedeva un aumento medio di 101 euro.

La legge finanziaria è in discussione in parlamento e per quanto riguarda il rinnovo del contratto del pubblico impiego non c’è un euro. Ciò corrisponde esattamente alle preoccupazioni da noi espresse quando criticavamo l’intesa, aldilà della parte dell’accordo fortemente negativa che prevedeva la triennalizzazione dei contratti, quando scrivevamo sull’edizione 203 di FalceMartello che “lo stanziamento dei nuovi importi avverrà solo in sede di Legge Finanziaria 2008 e non è la prima volta che il governo torna sui suoi passi e mette in discussione gli accordi presi”.

La legge finanziaria non prevede nulla nemmeno a proposito della stabilizzazione dei precari tanto pubblicizzata dal sindacato e dalla “sinistra radicale” per dimostrare la presunta influenza positiva della sinistra su questo governo. Anche il memorandum di aprile, dunque, che proprio di stabilizzazione trattava, rimane lettera morta. Accordi che per il governo non valgono nulla, più di tre milioni di lavoratori del pubblico impiego spariscono dalla sua preoccupazione, altro che governo amico! Ricordiamo che il contratto nazionale è scaduto dal 31 dicembre 2005.

Il governo in maniera arrogante provoca i lavoratori non solo dal punto di vista della politica contrattuale. Non è di molto tempo la frase di Padoa Schioppa per cui “i bamboccioni vanno mandati fuori casa”. Ovviamente il “bamboccione” di cui parla il ministro, nel caso specifico magari un precario di un ente locale o di un’amministrazione pubblica, deve riuscire ad andare a vivere da solo, pagare l’affitto, le bollette e tutto quanto con un bel contratto di collaborazione. Lo faccia il ministro se ne è capace.

Da mesi c’è una campagna contro il pubblico impiego. Da Ichino a Padoa Schioppa, i lavoratori del pubblico impiego sono definiti una volta fannulloni, un’altra nullafacenti. Il tutto ovviamente condito dalle menzogne sugli ipotetici privilegi che ci sarebbero nel pubblico. Storia d’altri tempi ormai. Questi signori non sanno nemmeno cosa vuol dire lavorare in una corsia di ospedale, magari come turnista e percepire uno stipendio mediamente inferiore di 1000 euro rispetto a quello di un operatore in un ospedale pubblico europeo.

Obiettivamente questo sciopero si inserisce in una situazione non facile. Dopo due scioperi revocati all’ultimo momento lo scetticismo è diffuso. La domanda che si è sentita fare più volte negli ultimi giorni dai lavoratori è “ma questo sciopero si farà?”. In effetti sembra difficile crederci anche se obiettivamente la macchina organizzativa questa volta è molto avanti.

Il calo di affluenza al voto, nel pubblico impiego, alla consultazione sul Protocollo dimostra quanto sia bassa in questa fase la fiducia dei lavoratori nei dirigenti sindacali. Dopo lo stesso accordo di luglio, che pure ha visto un’ampia maggioranza di Sì anche in questa categoria, a un largo settore di lavoratori, e non solo tra quelli che hanno votato No, appare poco credibile che il sindacato rompa col governo sul piano del rinnovo contrattuale mentre trova un accordo su materie così importanti come le pensioni e il mercato del lavoro.

L’adesione allo sciopero generale deve essere massiccia e convinta invece per più ragioni. Le risorse per il rinnovo contrattuale vanno date. È uno scandalo che tre milioni di lavoratori, tutti in ultima istanza dipendenti dello Stato, siano senza contratto da quasi tre anni. A questo governo va detto che i lavoratori non si provocano e che non si scherza né col loro salario né con le loro condizioni di lavoro.

Un’ultima ragione infine, per cui scioperare, e non la meno importante, è il segnale che va dato alle organizzazioni sindacali. Si deve lottare per ottenere ciò che ci spetta, con decisione e convinzione perché il sindacato, Cgil in primis, rappresenti in maniera intransigente gli interessi dei lavoratori.

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