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La storiografia ufficiale e la sua degna compagnia, la fiction televisiva, hanno ampiamente rovistato nei cassetti della storia della resistenza alla ricerca di preti, carabinieri, imprenditori, professori universitari che in un modo o nell'altro si siano dissociati o opposti al regime fascista. I singoli casi vengono poi analizzati al microscopio in maniera tale che un granello di polvere possa sembrare un massiccio montuoso.

In occasione del 93° anniversario della fondazione del Partito comunista d'Italia, ripubblichiamo l'articolo scritto due anni fa da Alessio Vittori e comparso per la prima volta sul numero 233 di Falcemartello.
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Lo scoppio della prima guerra mondiale portò al collasso della Seconda Internazionale. I partiti socialisti che ne facevano parte votarono i crediti di guerra e tradirono l’ispirazione fondamentale da cui l’Internazionale aveva tratto origine: “la trasformazione della guerra imperialistica in guerra civile, per l’abbattimento del capitalismo”.


In quegli anni, in tutta Europa, si andavano formando, all’interno dei partiti socialisti, correnti di sinistra, che si distinguevano tanto dall’ala destra di queste organizzazioni, che aveva sostenuto apertamente la guerra, quanto dai settori di centro, che avevano portato avanti posizioni pacifiste, ma con forti ambiguità e in ogni caso senza seguire le direttive di Lenin, che esortava ad una lotta rivoluzionaria senza riserve contro il proprio governo e la propria borghesia.

“Né aderire né sabotare”

Il Partito socialista italiano (Psi, fondato nel 1892), pur assumendo una posizione diversa da quella degli altri partiti socialisti europei, non aderì alle posizioni di Lenin. La posizione rispetto alla guerra fu dichiarata ufficialmente dal segretario Costantino Lazzari in un convegno del maggio del 1915: “Noi non aderiamo alla guerra, noi non saboteremo la guerra”. Una posizione che, pur distinguendosi dal cedimento delle altre socialdemocrazie europee alle proprie borghesie, non era conseguente rispetto ai principi sui quali Lenin e Trotskij stavano costruendo le basi della Terza Internazionale, quella che dovrà segnare il passaggio dalla denominazione di “Partito socialista” a quella di “Partito comunista”, ovvero, nelle parole di Lenin, “l’abbandono della camicia sudicia per indossarne una pulita”.

Nel 1917 le conseguenze della guerra si fanno sempre più serie, portando ad una crescente radicalizzazione delle masse che assistono ad un crollo verticale delle loro condizioni di vita.

Milano e Torino sono le città che, più delle altre, sono attraversate da sommosse popolari. In particolare, a Milano scoppiano moti popolari il primo maggio, di cui sono protagoniste le donne lavoratrici, che scioperano in diverse fabbriche. A Torino la parola d’ordine è abbreviare la guerra con lo sciopero generale.

Alcuni mesi dopo arriveranno anche in Italia, particolarmente tra i giovani, gli echi della rivoluzione russa, con la presa del potere da parte dei bolscevichi che, con le parole d’ordine “pane, pace e terra” e la tattica del disfattismo rivoluzionario (trasformare la disfatta del proprio paese in guerra civile), avevano trasformato la guerra imperialista in guerra civile per rovesciare la propria borghesia nazionale.

Nel novembre di quell’anno, si incontrano per la prima volta, Amadeo Bordiga ed Antonio Gramsci che, quattro anni più tardi, saranno i principali esponenti della scissione di Livorno e della fondazione del Partito comunista d’Italia. Durante un convegno dei massimalisti per la prima volta viene espressa la necessità di allontanare dal Psi l’ala riformista, la destra del partito, il settore più vicino alle idee espresse dal resto dei partiti socialisti europei.

Turati, il massimo esponente italiano di quest’area, rifiuta le idee espresse da Lenin (che vedeva nella guerra l’espressione profonda delle contraddizioni insanabili del capitalismo, e quindi la necessità della soluzione rivoluzionaria) e contesta che i socialisti debbano lottare per prendere il potere, idea condivisa da tutte le correnti di destra della Seconda Internazionale.

L’8 settembre del 1943 il maresciallo Badoglio dichiarò l’armistizio fra l’Italia e le truppe alleate. Badoglio, è utile ricordarlo, era il Capo di Stato maggiore, il più alto grado dell’esercito, a cui il Re aveva affidato il governo dopo la caduta del fascismo il 25 luglio e la destituzione di Mussolini.

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